La ricerca del colore

 

Abbiamo visto che fin dalla seconda metà del 1800 la tecnica fotografica poteva dirsi essere sufficientemente progredita, anche se nessuno era stato in grado di produrre immagini a colori realistiche e durevoli, almeno come le intendiamo noi oggi. L'interesse generale verso questo particolare tipo di fotografia consentì l'avvicendarsi di tecniche diverse e innovative, differenti tra loro, più o meno efficaci, ma tutte tese a rendere su carta l'immagine qual'è nella realtà. Ad ogni modo fu solo grazie a i fratelli Lumiere, all'inizio del XX secolo, che la fotografia a colori divenne popolare, anche se fu soltanto attorno agli anni trenta che si raggiunsero, da parte della Kodak in America e dell'Agfa in Germania, i progressi necessari per l'affermazione del procedimento a colori come lo intendiamo oggigiorno.

Possiamo dire, senza dubbio di smentita, che la ricerca del colore venne condotta fin dalla nascita della fotografia. E questo a cominciare dallo stesso Joseph Nicèphore Niepce il quale, nei suoi numerosi esperimenti, riuscì a fissare alcuni colori anche se non in maniera permanente. I tentativi da allora furono numerosi. Tra questi ricordiamo, a titolo esemplificativo quello del reverendo Levi Hill che, nel 1851, annunciò il metodo Hillotype (un metodo che consentiva di ottenere immagini a colore su lastre) anche se non fu mai in grado di spiegare o ripetere il suo esperimento...  Un altro tentativo fallito fu quello del nipote di Niepce: egli ottenne delle lastre a colori che però scolorirono nel giro di pochi giorni, una volta venute a contatto con la luce. Per ovviare, in un certo senso, a questo tipo di insuccessi tra i fotografi cominciò a diffondersi la consuetudine di dipingere a mano le loro opere (generalmente ritratti). Le tecniche adottate per applicare il colore differivano tra loro a seconda del procedimento utilizzato per ottenere le fotografie. L'immagine di un dagherrotipo poteva essere cancellata facilmente dalla lastra metallica e quindi il colore doveva essere applicato molto delicatamente. L'immagine di un ambrotipo poteva essere dipinta con colori asciutti e poi lucidata. L'immagine di una stampa poteva essere colorata ad acquerello o ad olio.

Un passo importante verso la definizione della fotografia a colori venne compiuto nel 1861 a seguito degli studi condotti dal fisico scozzese James Clerk Maxwell che, illustrò una conferenza sulla visione umana del colore, con quella che potremmo definire la prima fotografia a colori della storia. E' curioso notare però che l'intento di Maxwell non era di tipo fotografico: egli infatti tendeva a dimostrare la validità degli studi condotti a suo tempo dallo scienziato inglese Thomas Young nel 1806 il quale riteneva che l'occhio umano reagisse a tre colori (il rosso, il verde e il blu) e che i rimanenti risultassero la mescolanza di questi tre colori primari. Sulla base della validità di queste considerazioni Maxwell riteneva che fosse possibile ricreare tutti i colori di una scena in un'immagine fotografica facendo interagire, nella giusta proporzione, i tre colori primari. Quindi, in collaborazione col fotografo Thomas Sutton, Maxwell proiettò su di uno schermo, alla Royal Institution di Londra, la foto di un nastro scozzese. Il metodo utilizzato si basava sull'utilizzo di tre lanterne magiche e ampolle di vetro colme di liquido colorato che fungevano da filtri. La dimostrazione di Maxwell confermò quindi il principio già esposto da Young. Nell'applicazione pratica però non si poteva ancora ricreare un'immagine a colori dal momento che il materiale fotografico a disposizione era sensibile solo alla luce blu. In realtà Maxwell non avrebbe mai ottenuto un'immagine  attraverso i filtri verde e rosso se non fosse stato per due fortuite combinazioni: la prima che le tinture rosse del nastro riflettevano le luci ultraviolette cui era sensibile la lastra; la seconda che il filtro verde lasciava passare una quantità di luce blu-verde sufficiente per formare un'immagine.

Contemporaneamente a Maxwell, in Francia Louis Ducos du Hauron studiava un altro metodo che a differenza di quello dello scienziato scozzese (di tipo additivo in quanto i colori dell'immagine venivano ottenuti sullo schermo di proiezione aggiungendo luce nei tre colori primari) era di tipo sottrattivo. Anche nel metodo del francese si fotografava la scena in bianco e nero con tre riprese diverse: una con un filtro rosso, una con quello verde e e una con quello blu. Poi si preparavano tre emulsioni al bicromato di potassio con l'aggiunta rispettivamente di un pigmento magenta, giallo e cyan. Le emulsioni bicromate (gelatina più bicromato più pigmenti) venivano stese su fogli di carta velina. Quindi ogni negativo filtrato veniva stampato sul foglio con il colore complementare al filtro usato e l'immagine veniva sviluppata con acqua calda: nelle zone rimaste esposte la gelatina colorata rimaneva attaccata al supporto, mentre scompariva in quelle non esposte. Infine le tre immagini venivano trasferite su di un unico foglio per averla nella sua completezza dei colori. E' interessante notare che il principio è lo stesso che viene usato oggi. Le immagini ottenute con questo procedimento erano soddisfacenti. Louis Ducos du Hauron giunse alle sue conclusioni quasi contemporaneamente a quelle cui giunse Charles Cros, così che i due resero pubbliche le loro scoperte in occasione della stessa conferenza della Société Française de Photographie nel maggio del 1869. Così come per il procedimento di Maxwell,  quello dei due francesi non poteva avere immediata applicazione poichè il materiale fotografico disponibile all'epoca era sensibile solo alla luce blu. Però, nel 1873, il dottor Hermann Vogel scoprì emulsioni sensibili alla luce verde e tre anni dopo du Hauron realizzò il suo primo ritratto a colori su carta.

Ma la fotografia  colori non era ancora alla portata di tutti. Così l'inventore americano Frederic E. Ives elaborò, nel 1888, una versione commerciale e semplificata del procedimento di Maxwell. In seguito commercializzò dei congegni per scattare e rivedere delle fotografie a colori. Il più famoso di questi era il visore Kromskop in cui erano contenuti e disposti dei riflettori colorati. Guardando nell'oculare si vedevano tre immagini in bianco e nero riunite in un'unica immagine a colori. In alcuni modelli poi ogni separazione nel kromskop era una ripresa stereoscopica che consentiva la visione tridimensionale. Il successo delle fotografie visibili nel kromskop, i kromogrammi, fu immediato. queste potevano essere realizzate in proprio grazie ad uno speciale dorso che si adattava agli apparecchi in commercio.

Un altro passo in avanti verso al definizione del colore venne compiuto nel 1891 da Gabriel Lippman col perfezionamento del suo metodo basato sull'interferenza delle onde luminose: le onde della luce in entrata incontrando quelle riflesse da una superficie lucida causavano un'interferenza che Lippman sfruttava per ottenere le sue fotografie. Praticamente veniva preparata un'emulsione fotografica con una grana molto fine che doveva ricoprire una lastra di vetro. Dietro questa lastra veniva steso uno strato di mercurio che aveva la funzione di fare da specchio per le onde della luce incidente. Il disegno delle onde "stazionarie" veniva registrato nell'emulsione come immagine latente e quando la lastra, dopo lo sviluppo, veniva esaminata alla luce riflessa si formava un'immagine positiva che rendeva esattamente i colori vivi del soggetto originale. Ad ogni modo questo metodo presentava l'inconveniente dell'estrema finezza della grana dell'emulsione che rendeva necessarie lunghe esposizioni. Inoltre, anche quando l'immagine poteva essere proiettata su di uno schermo dotato di sufficiente luce riflessa, perchè apparissero i colori, l'osservazione doveva avvenire con una determinata angolazione.

Quasi contemporaneamente, verso la fine del 1890, il professor John Joly elaborò una tecnica che consentiva di usare una sola lastra al posto di tre e di porre i tre filtri colorati sopra l'emulsione sensibile alla luce anzichè sopra l'obiettivo. Per preparare i suoi filtri tracciò delle sottilissime linee rosse, verdi e blu sopra una lastra di vetro e mise questo schermo rigato contro una lastra fotografica prima di esporla utilizzando un comune apparecchio fotografico. Sotto le linee colorate la lastra registrava il colore corrispondente. Una volta tolto lo schermo rigato la lastra veniva sviluppata e stampata a contatto con una seconda lastra in modo da produrre un'immagine positiva. Rimontando lo schermo rigato sulla foto ottenuta si ottenevamo i colori dell'immagine originale. Questo metodo subì notevoli miglioramenti come, per esempio, nel caso della lastra di Paget che consentiva di abbreviare i tempi di esposizione, semplificare lo sviluppo e ottenere colori più vivi.

Il passo decisivo però per la definizione del colore venne compiuto dai fratelli Auguste e Louis Lumiere quando misero a punto, nel 1904 (ma divulgarono nel 1907)  il metodo Autochrome. Anche questo metodo, come i precedenti, era di tipo additivo. La differenza si basava però sul fatto che le lastre, anzichè essere tracciate da piccole righe, venivano cosparse di milioni di puntini colorati che agivano da filtri scindendo la luce nei colori primari. Questi puntini erano granuli di amido di patata tinti di rosso, verde e violetto stesi sulla lastra e ricoperti con un'emulsione sensibile alla luce. Il fotografo doveva solo caricare il suo apparecchio con lastra Autochrome posta col vetro verso l'obiettivo così che la luce potesse raggiungere l'emulsione solo dopo aver attraversato lo strato di filtro multicolore. Lo sviluppo dava ovviamente un'immagine positiva in bianco e nero che però, osservata attraverso questi filtri, appariva nei suoi colori anche se smorzati. Le immagini fotografiche ottenute erano soddisfacenti per l'epoca e anche i tempi di esposizione erano accettabili: un paesaggio assolato, per esempio, richiedeva un'esposizione di un solo secondo a f/5,6. Inoltre la cosa eccezionale era che le lastre Autochrome potevano essere utilizzate con qualsiasi apparecchio fotografico.

Possiamo dire che a questo punto la fotografia a colori era davvero nata, anche se nella sua forma ancora primordiale. Ma era sempre un sistema di tipo additivo... Di questo si accorsero i musicisti nonchè appassionati di fotografia Leopold Mannes e Lepold Godowsky che, attorno agli anni venti,  si dedicarono alla ricerca di un metodo di tipo sottrattivo e all'elaborazione dell'"intergral tripack", una pellicola con tra strati di emulsione, ciascuno dei quali era sensibile ad uno dei colori primari. Nonostante però avessero trovato il modo di diffondere i coloranti negli strati di emulsione, il loro risultato era accettabile solo con due colori su tre. I due appassionati lessero che nel 1912 il fisico tedesco Rudolf Fisher aveva indicato di includere in ogni strato della pellicola dei "copulanti cromogeni" che reagissero con le sostanze chimiche usate in fotografia al fine di formare l'immagine a colori. Ad ogni modo non era riuscito ad evitare che questi copulanti migrassero da uno stato all'altro dell'emulsione. A questo punto Mannes e Godowsky, che nel frattempo erano stati chiamati dalla Kodak di Rochester nel 1930, si dedicarono a questo problema. Le loro ricerche portarono al metodo Kodachrome che venne perfezionato negli anni seguenti e diffuso in rulli da 35 mm per gli apparecchi fotografici del tempo. Metodi simili erano stati messi a punto anche dalla società tedesca Agfa, anche se furono diffusi solo dopo al fine del secondo conflitto bellico.  Ad ogni modo, verso al fine degli anni cinquanta, la tecnologia Kodak e Agfa costituirono la base per lo sviluppo delle pellicole a colori moderne.

La fotografia a colori era finalmente nata!

 

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