La nascita della fotografia
Un particolare da precisare e da porre come caposaldo nella nostra piccola trattazione sulla storia della fotografia è che essa nasce e si sviluppa non come fotografia in bianco e nero, ma come semplice fotografia. Ciò si spiega subito se pensiamo al fatto che la distinzione tra bianco e nero e colore (tecniche a cui siamo abituati al giorno d'oggi) trova la sua ragion d'essere solo dopo l'avvento di quest'ultimo. In effetti fino all'affermarsi dell'autocromia non si parlava che di immagini monocromatiche: ciò significa che le forme ed i colori di qualsiasi soggetto venivano rappresentati in fotografia attraverso la scala delle tonalità di un unico colore che poteva essere di diverso tipo (si passava dal grigio della dagherrotipia e della ferrotipia al verde del positivo diretto su carta di Bayard, il giallo delle carte al sale, il blu della cianotipia etc).
Quindi il concetto di fotografia in bianco e nero fu inteso inizialmente come sinonimo di fotografia in un solo colore. Fu solo con il diffondersi delle moderne carte al bromuro d'argento che cominciò a perfezionarsi la scala dei grigi a cui siamo abituati oggi nelle stampe in bianco e nero.
E questa forma di fotografia ricorda molto da vicino alcune tecniche incisorie che le assomigliano molto. Ciò forse non è casuale perché fu proprio dalla litografia che mosse Joseph Nicéphore Niépce, colui che scattò la prima fotografia della storia.
Joseph condusse i suoi studi insieme al fratello Claude, almeno inizialmente, e questi lo impegnarono per oltre trent'anni (approssimativamente dal 1797 al 1833). Niépce quindi partì dalla litografia per svolgere i suoi esperimenti in campo fotografico, finalizzati al tentativo di fissare chimicamente le immagini della camera oscura usando carta sensibilizzata con cloruro d'argento. Per quanti tentativi avesse condotto, comunque, pur facendo uso di diverse camere oscure, Niépce incontrò forti difficoltà al momento del fissaggio in quanto non riuscì a trovare una tecnica migliore di quella che gli consentiva l'impiego dell'acido gallico (le immagini, dopo una certa esposizione alla luce diurna, scomparivano). Un altro inconveniente in cui si imbattè in questi primi tentativi fu che dalle immagini negative che riusciva ad ottenere, non era in grado di riprodurre copie in cui le ombre e le luci corrispondessero alla realtà. Fu così che Niépce anzichè concentrasi su sostanze che annerissero, si mise alla ricerca di una sostanza che scolorisse all'azione della luce: era il bitume di Giudea, usato generalmente dagli incisori, sostanza che s'indurisce quando viene esposta alla luce. Ciò determinò il passaggio dalla ricerca del negativo a quella del positivo diretto, così come avrebbe fatto in seguito Louis-Jaques Mandé Daguerre. Degna di nota è la eliografia che Niépce ricavò d un'incisione raffigurante il cardinale d'Amboise nel 1822. Ma fu solo dopo molti tentativi che, nel 1827, riuscì ad ottenere una veduta della finestra del primo piano della casa di campagna nei pressi di Saint-Loup de Varenne. Questa rimane la più antica fotografia giunta fino ai nostri giorni. Purtroppo Niépce non riuscì a godersi il successo dei suoi esperimenti perchè morì il 5 luglio del 1833. I suoi studi vennero ripresi da Daguerre.
Anch'egli partì dall'idea di fissare le immagini che apparivano all'interno della camera oscura. Nel 1826 venne a conoscenza degli esperimenti condotti da Niépce ed entrò in contatto con lui. La collaborazione fra i due fu fruttuosa per entrambi anche se, fu solo dopo la morte di Niépce che Daguerre ottenne risultati sostanziali. Nel 1831 infatti Daguerre scoprì che lo ioduro d'argento era sensibile alla luce. Ma la scoperta più importante fu quella di riuscire a sviluppare e poi fissare l'immagine latente. Vi era però ancora un problema da superare perchè le immagini ottenute potevano essere guardate solo con una luce molto debole in quanto, a causa dei residui d'argento presenti sulla lastra, con l'esposizione l'immagine tendeva a scomparire. In effetti ancora bisognava risolvere il problema del fissaggio. Daguerre lo risolse con l'immersione delle lastre in una soluzione composta da acqua calda e sale da cucina. Fu quindi attorno al 1837 che venne perfezionata la cosiddetta dagherrotipia.
Contemporaneamente a Daguerre un altro scenziato, William Henry Fox Talbot stava conducendo analoghi esperimenti, partendo anch'egli dalla camera oscura. Ma la strada seguita era diversa: mentre infatti Daguerre parlava di lastre di rame, Talbot parlava di fogli di carta. Fin dal 1835 infatti Talbot aveva realizzato dei cosiddetti disegni fotogenici (negativi su carta) stampati poi in positivo, che col tempo perfezionò. Praticamente si trattava del metodo fotografico attuale (negativo-positivo). In sostanza egli usava come supporto un foglio immerso in una soluzione di sale da cucina e poi sensibilizzato con il nitrato d'argento. La carta ottenuta era così sensibile e insolubile. Un primo esperimento lo condusse con una foglia che posizionò sul foglio di carta e che veniva tenuta ferma da una lastra di vetro. Espose il foglio alla luce: nelle parti scoperte il foglio anneriva, mentre nelle altre rimaneva bianco. Per fissare l'immagine immerse il foglio in una soluzione di sale. Ma questo tipo di fissaggio non lo soddisfaceva e la ricerca di una forma migliore lo impegnò per altro tempo. Un altro scenziato, John Herschel, gli suggerì di adottare in tal senso il trisolfato di iodio, anche sulla base dell'invenzione di Daguerre. Sulla base di queste considerazioni Talbot, alla fine del 1840, perfezionò il suo procedimento negativo-positivo denominandolo calotipia.
Ma la storia della fotografia ricorda anche altri nomi. Tra questi quello di Hercules Florence il quale sembra essere riuscito, nel 1833, ad ottenere un procedimento simile a quello di Talbot. Sembra pure che lui fu il primo ad introdurre il verbo fotografare e il sostantivo fotografico.Si parla anche di James M. Wattles che avrebbe ottenuto paesaggi fotografici attorno al 1828. C'è anche notizia di Hans Thøger Winter che sembra aver ottenuto negativi su carta attorno al 1826. Più sicure le fonti che riguardano l'opera di Hippolyte Bayard che il 14 luglio 1839 espose a Parigi le sue immagini realizzate con positivi diretti su carta (aveva seguito un procedimento simile a quello di Talbot).